Comune di Cervesina

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I. Dove troviamo le notizie per la storia di Cervesina

Quando ci si accinge a studiare la storia di una comunità piccola o grande che sia è cosa preliminare reperire la necessaria documentazione che sarà costituita sia da opere a stampa che da carte di vario genere raccolte negli archivi; queste ultime abbracciano un campo vastissimo e riguardano ogni settore della vita e pertanto vanno analizzate con cura per trarre da esse tutte le informazioni possibili. Per Cervesina si è di fronte al primo ed al secondo tipo di fonti: scarso il primo, più abbondante il secondo.

Le principali opere a stampa che riguardano il nostro paese Cervesina sono per lo più dizionari od enciclopedie di carattere geografico o storico-geografico Il primo in ordine di tempo è il Dizionario geografico storico-statistico commerciale degli stati di S.M. il Re di Sardegna compilato da Goffredo Casalis. Un'altra opera avente carattere di repertorio è quella compilata da Mons. Clelio Goggi con il titolo di 'Storia dei Comuni e delle Parrocchie della Diocesi di Tortona'

Notizie sparse su Cervesina sono pure contenute nell'opera del Canonico Giuseppe Manfredi di Voghera, riguardante la storia di questa città.

Da segnalare inoltre la 'Guida della Provincia di Pavia' compilata da Giuseppe Mazza e Mario Merlo e infine l'opera dell'Istituto Geografico De Agostini di Novara dal titolo 'Città e paesi d'Italia'.

Ovviamente non sono queste le fonti in grado di somministrarce le notizie occorrenti per tracciare un quadro storico soddisfacentemente dettagliato: il materiale occorrente per tale lavoro è di natura archivistica e riguarda i più svariati campi della vita sociale, economica, religiosa, politica ed amministrativa e, poiché la nostra questa piccola comunità fu sempre inserita nel corso dei secoli in rapporti di dipendenza rispetto a più vaste ed organiche comunità amministrative e politiche, ecco che occorre rivolgersi agli Archivi che contengono i documenti relativi ai rapporti pubblici svoltisi tra il capoluogo e la comunità locale.

 

II. Le lontane origini

Si potrebbe iniziare il racconto così: in principio era il Po che correva maestoso, capriccioso e talvolta terribile nei luoghi che si percorrono oggi, dove si abita e dove si lavora . Infatti non è possibile parlare di insediamenti umani stabili dove l'acqua, le paludi, le boscaglie regnano sovrane.

Le esigenze alimentari avranno spinto l'uomo a percorrere su rudimentali barche quelle distese di acquitrini e di boschi dove sia i pesci che la selvaggina abbondavano, ma per poi indurlo a far ritorno ai propri villaggi, alle pendici delle prime colline appenniniche non appena fossero calate le prime ombre della sera. Qui si era andata svolgendo la trama della vita organizzata, che aveva costellato di villaggi le colline comprese tra Tortona e Stradella, collegati da sentieri che si snodavano verso il Po ma tenendosi a debita distanza da essa ed abbandonandogli tutto quel tratto compreso tra la strada e il letto vero e proprio del fiume. Per tanto, prima che si compisse un valido e razionale disegno di bonifica non è possibile parlare di popolamento e di abitabilità per tutta la zona rivierasca del Po. E' improprio parlare di abitanti di Cervesina in questo periodo perché il fiume copriva tutta quanta l'area che verrà poi scelta dai nostri antenati come loro residenza. Prova ne sia che antecedenti alla conquista dei Romani i centri posti sulle dorsali appenniniche o immediatamente ai piedi di esse hanno nomi risalenti ad idiomo prelatini, quelli posti lungo le sponde del Po, da Corana ad Arena Po ed anche più giù hanno inconfondibilmente un nome latino. E infatti è la romanizzazione il fattore decisivo per tutta la zona, perché entrando nell'orbita di Roma le popolazioni poste allo sbocco delle vallate appenniniche, deponendo la loro riluttanza a farsi inglobare in una compagine statale nuova e più avanzata socialmente ed economicamente fecero in definitiva il loro stesso bene, ed anzi conservarono i loro peculiari caratteri etnici dai quali anche gli stessi romani trassero giovamento.

 

Cervesina: il nome

Come si è già accennato, i nomi locali da Voghera verso il Po sono tutti riconducibili alla lingua latina e molte volte rispecchiano attività e funzioni agricole. E' il caso di Oriolo, Horreulum, piccolo granaio; Silvano = da silva, luogo boscoso; Pancarana, derivante probabilmente da Pancharius, nome di un possessore agrario locale e molti altri. si è lasciato per ultimo Cervesina perché a proposito del significato di questo nome si possono fare varie ipotesi. La più facile sarebbe quella di una derivazione da Cervus = cervo, con riferimento all'animale, che assieme a molti altri popolava i boschi del posto. E' più plausibile pensare ad un'origine agraria del nome che potrebbe essere derivato o da Cervesia = birra, quindi da intendersi come località coltivata ad orzo, oppure Cervesa = denominazione di qualità di segale, oppure ancora Salicetum = localitàa con numerosi salici come poteva presentarsi prima dell'opera di bonifica, oppure infine, riconducibile a Cervius, nome di un proprietario terriero della zona, probabile latifondista, che con processo comune all'economia del tardo impero romano, concentrò nelle sue mani la proprietà della terra di tutto quanto il territorio. Si sono esposte tutte le possibili interpretazioni: scelga il lettore quella che gli sembra vada meglio, poiché nessuna di quelle proposte ha la forza di imporsi sulle altre. Resta comunque il fatto che l'origine di Cervesina è legato al lavoro umano di bonifica e di coltivazione della terra e l'impianto di una comunità umana nelle vicinanze del fiume è stato un atto di sfida verso gli elementi naturali e di fiducia nelle proprie risorse e capacità.

 

L'inizio di una comunità

Con Augusto, dopo turbinose vicende della guerra civile, la Gallia Cisalpina viene smilitarizzata ed entra in pieno diritto a far parte,con tutte le altre regioni italiane, dell' Italia Romana e ai suoi abitanti vengono attribuiti gli stessi diritti degli abitanti di Roma. E la celebre "coniuratio Italiae" ossia il giuramento con cui Augusto lega a se le popolazioni della penisola e della pianura padana fino alle Alpi ponendo cosi le basi di questa romanizzazione capillare e completa che darà la fisionomia alle nostre popolazioni fino all'età longobarda e oltre.

 

III. Nel passaggio tra l'antichità e il Medio Evo

Si è accennato alla crisi del III° secolo. Essa viene risolta ma ad un prezzo altissimo, con una rivoluzione economica e sociale di vasta portata, della quale soprattutto fanno le spese le classi più povere, quella principalmente dei contadini liberi, dei piccoli coltivatori diretti, dei piccoli artigiani.

L'insicurezza della vita fa diminuire la popolazione e i centri abitati si riducono, talora fortemente, di dimensioni. Insicurezza, spopolamento, pressione fiscale talora intollerabile, rigidità sociale, ecco le componenti della vita dei nostri lontani compaesani di quei secoli. E, insieme a questi fatti negativi e dolorosi, un fatto nuovo e positivo: Si tratta della lenta penetrazione in mezzo alla gente della predicazione cristiana.

 

Il cristianesimo nella nostra zona

Non si meravigli il lettore se sipone a desto punto la cristianizzazione della gente di Cervesina, ossia 4 secoli dopo la nascita di Cristo, ma qui, nel territorio rurale dell'alta Italia, le cose andarono effettivamente così. Prova ne sia che l'organizzazione ecclesiastica e la delimitazione delle diocesi in Italia settentrionale risale alla seconda metà del IV secolo. E per chiudere il discorso sulle vicende ecclesiastiche, che tanta parte ebbero nella vita dei secoli passati anche per le molte interferenze con l'ambito civile, economico sociale, diremo che la località di S. Gaudenzio diventò la sede della "Pieve" ossia della chiesa che aveva la giurisdizione sugli abitanti del circostante territorio, che poteva essere anche assai vasto. Non era questo il caso nostro, ma la Pieve di S. Gaudenzio, almeno da quanto risulta dai documenti, tardo-medievali, estendeva la propria giurisdizione oltre che sull'odierno territorio di Cervesina anche su quello di Corana mentre tutt'intorno stendeva la sua giurisdizione la Pieve di S. Lorenzo di Voghera.

La questione quindi, al momento attuale resta aperta ed è possibile che essa risalga agli ultimi tempi dell'Impero Romano quando la popolazione locale venne rinforzata da nuclei di nuovi arrivati. E per parlare di questo fatto nuovo, si riprende il filo del discorso sulle vicende dell'epoca tardo-imperiali romane.

Quindi, ristagno di ogni iniziativa privata, contrazione della piccola proprietà coltivatrice, abbandono dei terreni meno produttivi, estensione del bosco, rovina dei precedenti lavori di bonifica, calo sempre più vistoso della popolazione. Soprattutto quest'ultimo fenomeno diventa di una gravità preoccupante tanto che il governo provvede a stanziare colonie di barbari lungo il Po, in particolare appartenenti ai Sarmati, popolazione originaria dalle regioni sud-occidentali della Russia. Probabilmente esse giunsero anche qui dal momento che una fonte storica tardo imperiale elenca un "Prefectus Sarmatorum gentilium" che sovrintendeva i loro stanziamenti ad Acqui ed a Tortona.

 

Tempo di crisi

E, nell'agonia dell'Impero comincia ad emergere la posizione strategica di una città che d'ora in poi avrà a che fare con la storia di Cervesina: Pavia. E, in connessione con questo fatto, l'altro altrettanto importante per noi della sempre più grande ed intensa valorizzazione della via fluviale del Po, solcato dai mezzi di trasporto delle derrate occorrenti all'esercito. Ciò contribuisce a tenere in vita, stentatamente le piccole comunità rivierasche del Po, dove barcaioli, traghettatori, boscaioli e carpentieri si affiancarono ai sempre meno numerosi agricoltori. Cervesina così sopravvive, e si prepara ad affrontare (o meglio, continua ad affrontare) i tempi duri di una economia di decadenza, di una società stanca e rassegnata di una trasformazione di valori e di costumi attraverso la quale, con un lento lavorio di secoli, uscirà fuori il mando nuovo dei tempi dopo il Mille.

 

IV. L'Alto Medioevo

L'espressione convenzionale di "Alto Medioevo" abbraccia un lungo periodo che comunque riguarda i secoli dal VI - VII all'XI compreso.

Bisogna arrivare alla fine del secolo X per trovare i primi documenti locali, e soprattutto poi, dopo il Mille, quando lentamente, nelle carte private, principalmente, emergono nomi di località a noi famigliari e le ombre calate sulle nostre piccole comunità cominciano a diradarsi.

Di più significheranno i lunghi 25 anni della guerra goto-bizzantina, uno dei fronti della quale era propria qui, tra il Po e la Postumia, tra Tortona, Pavia e Piacenza, che portò carestie e pestilenze, che fece definitivamente tramontare quel poco benessere economico riconquistato durante il lungo regno di Teodorico.

Per la nostra gente di campagna le tasse da pagare e le giornate di lavoro da offrire erano sempre quelle, i funzionari di governi e la loro esosità erano sempre quelle, i trasporti coattivi dei prodotti alimentari sul Po dovevano sempre aver luogo qualunque fosse stato il padrone e solo la speranza di una vita migliore rendeva meno dura ed opprimente la monotonia quotidiana. Non ci sono note le vicende delle proprietà agrarie sul nostro territorio nei secoli dal V in poi anche se la lapide di Oriolo ci documenta circa l'esistenza di una famiglia di possidenti che in zona doveva essere piuttosto cospicua, e i cui beni si estendevano probabilmente anche in territorio di Cervesina.

La guerra goto-bizantina, come si è già accennato produsse rovine e desolazione anche qui , essendo la zona strategicamente importante a causa del Po e della vicinanza di Pavia. E, naturalmente, le rovine della guerra non vengono sanate da un giorno all'altro: i campi incolti devono essere bonificati, le botteghe artigiane rifatte, le strade rimesse in funzione, le relazioni economiche con centri maggiori riprese; insomma c'era tutto un tessuto economico, sociale, logistico da ricostruire nella sua interezza. E mentre la gente era intenta a quest'opera dopo neanche 20 anni di tranquillità ecco una nuova calamita, un nuovo sconvolgimento che tocca da vicino la nostra gente sulle sponde del Po ed apre un capitolo nuovo nella sua storia: l'invasione longobarda.

 

L'età longobardica

Chi erano i Longobardi? Essi erano una popolazione di ceppo germanico, che nei secoli precedenti aveva girovagato per l'Europa centrale in cerca di una sede, che si era ultimamente fissata in Pannonia, pressappoco nell' odierna Ungheria, e che da qui nel 568 aveva varcato le Alpi giungendo nella pianura veneta. La loro non era una avventura. Essi conoscevano l'Italia perché erano stati alleati dei Bizantini durante la guerra gotica.

Anche i Longobardi conoscono ed apprezzano la posizione strategica di Pavia e pertanto concentrano i loro sforzi bellici, dopo una abbastanza facile conquista dell'Italia settentrionale, su quest'ultima città. E a questo punto essi fanno ingresso in casa nostra, perché consapevoli dell'importanza di avere il controllo sul Po nel tratto attorno a Pavia essi si affrettano ad occupare con presidi militari, le sponde del fiume. Una delle località che divenne probabilmente centro di uno di questi presidi militari fu Pancarana, confinante con noi, mentre per il nostro territorio, nulla di preciso possiamo dire, anche se sembra probabile che l'occupazione delle terre agricole che servivano di sostentamento a militari longobardi non si sia limitata alla stretta zona presidiata; sembra comunque che Cervesina si sia trovata, giuridicamente ed anche ecclesiasticamente in condizioni diverse da Pancarana, la cui chiesa dopo l'instaurazione dell'ortodossia cattolica presso il popolo Longobardo fu sempre alle dipendenze del Vescovo di Pavia, mentre le nostre chiese di S. Gaudenzio e di S. Ambrogio fecero sempre parte della Diocesi di Tortona.

Forse troppo spesso ci si dimentica di quante cose si è debitori ai longobardi: dalle consuetudini giuridiche alle usanze ed agli attrezzi della vita contadina, dall'influsso della loro lingua sul nostra dialetto, ai nomi locali dei campi e dei boschi. Essi sono parte di noi e della nostra storia; e il loro mondo, la loro civiltà fusa ed amalgamata con quella latina preesistente hanno formato per secoli, e sotto certi aspetti fino a oggi, il substrato culturale della nostra popolazione rurale. Inutile entrare nei dettagli circa gli avvenimenti storici svoltisi durante l'età longobarda; per la nostra zona, le vicende piccole e grandi che siano state, ci sono completamente sconosciute, se si eccettua un documento dell'anno 714, stilato sotto il regno di Liutprando, riguardante la donazione di molte terre nella zona di Voghera al Monastero del Senatore di Pavia in cui per la prima volta compare il nome di Staffora che, secondo alcuni studiosi potrebbe essere longobardo.

 

Da Carlo Magno alla rinascita del Mille

L'età longobarda si conclude dopo due secoli con la conquista da parte di Carlo Magno del regno italico.

La monarchia longobarda scomparve ma Pavia rimase la capitale del Regno Italico governata da Carlo Magno e dalla sua dinastia. La violenta conquista della città portò senz'altro disagi e tribolazioni anche alla nostra gente interrompendo una pace ormai consolidata da parecchio tempo. Dopo, ben poco cambia. L'amministrazione pubblica fu riordinata, soprattutto agli alti livelli, l'organizzazione territoriale minuziosamente definita, la giustizia amministrata in modo più razionale lasciando che i sudditi regolassero i loro rapporti privati a secondo della stirpe di appartenenza, ossia secondo il diritto longobardo o romano, ma in sostanza, per il contadino i rapporti di dipendenza dal padrone, il pagamento delle decime ecclesiastiche e delle tasse, i vincoli di varia natura che intralciavano l'attività economica rimasero invariati. La vita nei villaggi o nei piccoli centri delle campagne continuò secondo il solito ritmo di lavori agricoli ora sulle terre del signore feudale, ora su quelle di privati che avevano conservato o creato o accresciuto il loro patrimonio. Interrotto dalle numerose festività ecclesiastiche e soprattutto dall'inverno, il ritmo dei lavori assorbiva le energie dell'intera popolazione, perché ben difficilmente si esentavano i ragazzi dal contribuire allo svolgimento delle attività agricole anche perché l'istruzione elementare non era obbligatoria, nonostante i capitolari, ossia i decreti legislativi dell'autorità pubblica stabilissero scuole presso la sede di ogni Pieve e quindi nel caso nostro, se non propria a S. Gaudenzio, almeno a Voghera. Presso questo centro, probabilmente già allora definito "castrum", ossia luogo fortificato, esisteva pure il mercato settimanale, al quale si recavano per i loro acquisti e per gli scambi di prodotti agricoli gli abitanti di Cervesina. C'era poi sempre il Po, con le sue risorse e con i suoi traffici, che consentiva una sia pur modesta integrazione all'economia agricola. E, vicino al Po, complementari ad esso c'erano i boschi, assai più estesi, anche lungo la Staffora, anche verso Voghera che davano coi loro prodotti un valido aiuto alla popolazione. Questo, in breve, il quadro della vita della nostra gente allora e per molti secoli ancora. Sotto il profilo politico ricordiamo che il governo dei Carolingi dura per poco più di un secolo. Con la deposizione dell'ultimo Imperatore, nell'888, subentra, per l'Italia settentrionale un periodo convulso, di lotte tra grandi feudatari, alle quali la popolazione rurale è per lo più indifferente, e di incursioni devastatrici dalle quali, queste, si, la popolazione rurale è toccata e provata dolorosamente, specie nei primi decenni del secolo X. Si tratta delle scorrerie degli Ungari, che per diversi anni, di primavera, arrivano fin qui da noi, predando e saccheggiando soprattutto in aperta campagna, dove possono piombare all'improvviso senza trovare difese, a differenza che nei centri forniti di mura, per loro molto più difficili da conquistare. E avviene cosi che anche in campagna, ammaestrati da questo pericolo ricorrente, si costruiscono torri di guardia e recinti murati entro i quali mettere in salvo persone ed averi allorché si fossero profilati all'orizzonte i micidiali cavalieri. L'insicurezza rende penosa la vita già dura delle popolazioni rurali e fin verso la metà del secolo quando Ottone I° infliggerà agli Ungari una memorabile e definitiva batosta, essi continueranno le loro scorrerie. La seconda metà del secolo, con lo stabilizzarsi ed il rafforzarsi dell'autorità politica vede le case lentamente migliorare ad ogni livello. In questo periodo grande autorità e grandi ricchezze vanno acquistando i Vescovi in base ad una precisa direttiva politica dell'Imperatore e noi vedremo che anche a Tortona il Vescovo compare tra i grandi feudatari al seguito dell'Imperatore. In questo periodo di transizione tra il primo e il secondo millennio si accelerano trasformazioni economiche e sociali già iniziate in precedenza ma che in questo periodo riprendono con rinnovativo vigore a causa anche del periodo di pace assicurato dagli Imperatori germanici.

Aumento della popolazione, messa a cultura di nuove terre, contrazione delle superfici a bosco, affrancazione di servi della gleba: fenomeni che sono espressione di una società in movimento, in espansione, in miglioramento.

 

V. La Curtis Cervesine

Nel nome di Cervesina scritto sulla pergamena la troviamo accompagnato dalla qualifica di "curtis". Questo nome latino dice assai di più che non la sua traduzione italiana e significa una comunità raccolta attorno ad un solo padrone, dedita all'agricoltura e traente da questa i mezzi per la propria sussistenza, autosufficiente per moltissime necessità economiche e quindi con un modesto volume di scambi commerciali, soprattutto se basati sulla moneta.

Quando Cervesina sia diventata "curtis" non si sa, ma la si trova in questa qualifica nel XII secolo, quando ormai l'agricoltura si stava evolvendo verso nuovi assetti giuridici ed economici della proprietà terriera.

Quindi, probabilmente tale sua qualifica era una eredità di un passato del quale ben poco abbiamo potuto dire. La "Curtis Cervesinae" risulta essere proprietà del Vescovo di Tortona al quale viene confermata dal Papa Adriano IV. E, visto che questo e l'atto di nascita alla storia della nostra comunità diciamo una parola in più su questo documento. Le "bolle" pontifice, come si dice in termine tecnico, venivano emanate o a richiesta dell'interessato o d'autorità del Papa e potevano riguardare i più svariati casi di governo della Chiesa universale quali la concessione di privilegi o poteri, la definizione di controversie, chiarimenti di situazioni dubbie, chiusura di trattative diplomatiche o altro. Nel caso nostro la bolla venne emanata dal Papa Adriano IV (l'unico Papa inglese della storia) su richiesta di Oberto Vescovo di Tortona. Perché il Vescovo di Tortona sentì la necessità di farsi confermare dal Papa il possesso dei suoi beni? Evidentemente perché tale suo possesso e godimento non era più pacifico ma i suoi beni correvano pericolo per le rivendicazioni che altri ponevano sopra di essi.

Cervesina quindi apparteneva sempre alla Mensa Vescovile di Tortona, ossia a quel complesso di beni che erano destinati al sostentamento del Vescovo e della sua corte. Questa particolare situazione si mantenne anche se come è noto il Barbarossa col suo diploma del 6 agosto 1164 staccò Voghera e molti altri luoghi dell'Oltrepo dalle precedenti giurisdizioni per farle passare sotto quella del Comune di Pavia.

Cervesina con S. Gaudenzio fu sempre sottoposta alla giurisdizione del Podestà di Voghera, il quale nominava i consoli delle due località. Si perde così, senza che si abbia indicazioni concrete circa il tempo in cui ciò avvenne, la denominazione di Curtis, forse a cavallo tra il XII e il XIII secolo e nei documenti successivi troviamo Cervesina denominata semplicemente "Locus" cioè "luogo, località", com'erano chiamati i villaggi rurali medioevali privi di autonomia giuridica e soggetti al podestà di una località più grande. Da questo momento imprecisato, ma comunque dal secolo XIII inoltrato, in poi Cervesina e S. Gaudenzio faranno parte dei luoghi pavesi a tutti gli effetti prima fra tutti come sempre quello fiscale e vedremo le due località assieme a quelle vicine, tassate nell'estremo pavese del 1250 che si prenderà in considerazione tra breve.

 

VI. Cervesina tra comuni e signorie

Tutti i fatti della vita politica ed economica hanno riferimento da un lato alla posizione geografica e dall'altro a tutto quel complesso storico di circostanze che si traducono nella rivalità e poi nella supremazia raggiunta di Milano su Pavia. La posizione geografica per noi è quella di confine e ciò per molto tempo almeno fino alla metà del 300. Di conseguenza ne derivano condizioni di instabilità politica, di insicurezza per i continui episodi militari, di ristrettezze economiche per gli ostacoli e le difficoltà che si frapponevano al libero svolgimento delle attività agricole e commerciali.

E' sufficiente dire che l'antica preminenza economica e politica che Pavia ancora deteneva nei secoli XI-XII, va sempre più cedendo il passo alla rivale Milano che dopo la distruzione subita dal Barbarossa trova in se le energie per risorgere, non solo, ma per espandere la propria influenza politica e la propria potenza economica e commerciale. E poiché sulla strada di questa espansione e sulla strada lo sbocco al mare trovano l'ostacolo di Pavia, ecco che i milanesi concentrano innanzitutto i loro sforzi per togliere di mezzo la città rivale e soppiantarla economicamente e politicamente.

Bastano questi cenni perché ci si renda conto che la zona vogherese fosse di vitale importanza per Milano e come quindi essa cercasse di tutto per controllare la zona che unitamente a quella tortonese era per lei il passaggio obbligato lungo la direttrice di traffico verso il mare. Era importante la zona vogherese per accedere al mare. In questo contesto anche la via fluviale del Po assume la sua importanza coi numerosi parti che, attorno alla confluenza del Ticino costituivano una valida alternativa al trasporto terrestre delle merci, più lento ed insicuro

Fatto sta che nel 1251, firmata la pace tra Milano e Pavia, il comune di Pavia da incarico ai vogheresi di abbattere un muro assai esteso e una torre costruita intorno al castello che si trovava nei pressi del suddetto porto, che nel documento viene appunto detto "olim mediolanum", ossia tempo addietro appartenuto ai milanesi. A partire da questo periodo Cervesina ed i suoi dintorni diventano pavesi a tutti gli effetti, anche se la dipendenza dal Comune di Pavia è più sfumata che per altre località per il fatto che Voghera considera Cervesina soggetta alla sua immediata giurisdizione.

 

I Beccaria

Proprio in questi anni emergono in ambito pavese i Beccaria, famiglia le cui origini non sono ancora ben chiare, ma che con rapidità nel corso del 1200 ascende a grande potenza prima economica e poi politica. I Beccaria prima di essere uomini di partito sono uomini di consorteria, che mirano alla potenza della propria famiglia e per raggiungere tale scopo non esitano a schierarsi in modo sfacciatamente opportunistico col vincitore di turno. Predomina tuttavia in loro l'orientamento ghibellino ed ecco perché essi svolgeranno una parte di primo piano a fianco dei Visconti per tutto il secolo XIV, anche se talvolta avranno impennate di indipendenza. Nonostante la loro potenza in Oltrepo essi non saranno mai protagonisti: saranno sempre alla mercé del padrone di Milano e seguiranno, volenti o nolenti le vicende dell'espansione viscontea come gregari. Ricordiamo a questo punto che da Manfredi I°, signore di Pavia sulla fine del duecento, discende Corrado o Corradino che dagli storici viene considerato il capostipite del ramo di questa famiglia che dominerà in S. Gaudenzio e Cervesina. E siccome seguendo le vicende dei Beccaria abbiamo ormai valicato i limiti cronologici del secolo XIII, dobbiamo brevemente inquadrare gli avvenimenti del seguente secolo XIV rovistando tra le memorie degli storici locali per trovare se è possibile qualche eco di vicende svoltesi sulle nostre terre in tale periodo ricco di vicende politiche turbolente, di guerre e di calamità di ogni genere.

 

VII. Il secolo XIV

Il Trecento è un secolo turbolento. Si definisce turbolento questo secolo ed è il meno che si possa dire. In ambito locale ricordiamo che le nostre terre, influenzate politicamente da Pavia e dai Beccaria ghibellini, rimasero sempre fedeli alla causa imperiale, durante il predominio guelfo dei Torriani di Milano.

Predominio che non dura a lungo e che viene soppiantato ben presto e definitivamente da quello dei Visconti. Costoro si mettono in urto col Papato e, tra i loro sostenitori, troviamo quel Corradino Beccaria figlio di Manfredi di cui già abbiamo parlato per la sua qualità di capostipite dei Beccaria di S. Gaudenzio.

Amministrativamente, ossia nelle piccole contingenze della vita quotidiana Cervesina dipendeva dal Podestà di Voghera il quale, ad esempio, determinava le aliquote dei dazi su beni di consumo, come ad esempio sulle varie qualità di carne macellata, come risulta da un documento del 1357. Cosi il Podestà di Voghera determinava l'organizzazione e la composizione delle difese del territorio rurale in caso di necessità rendendone responsabili i Consoli delle singole località. Sembra doverne dedurre che Cervesina e S. Gaudenzio non avessero un vero e proprio feudatario ma fossero sotto la giurisdizione del Podestà di Voghera.

 

Gli inizi del feudo di S. Gaudenzio

Una lettera Ducale del 1370 datata 25 maggio ci mostra ciò nonostante Galeazzo Visconti che innalza al grado di suo "familiare" Iacobino Ferrari di Voghera, feudatario di S. Gaudenzio. Dal contesto della lettera non risulta se costui fosse già in possesso dei diritti feudali delle due nostre località o se essi gli fossero conferiti allora.La politica Viscontea soprattutto da Giangaleazzo in poi sarà quella di considerare i feudi come beni di cui disporre per motivi politici ossia da conferire come premio ai propri fedeli o da confiscare ai nobili ribelli.

Gli ultimi anni del secolo XIV vedono l'affermarsi ormai incontrastato, almeno sul terreno lombardo della signoria di Giangaleazzo Visconti, che provvede al riordino amministrativo dei suoi domini che ormai possono a pieno diritto essere considerati come uno stato. Difatti nel 1395 giungerà ambito e desiderato la qualifica di Ducato per i territori ormai saldamente in pugno ai Visconti.

 

VIII. Il secolo XV

Dopo la morte di Giangaleazzo Visconti nel 1402 ebbe inizio allora per le nostre contrade cervesina e san gaudenzio un periodo travagliato, riflesso delle lotte che si scatenarono a Milano per l'effettivo governo della Stato durante la reggenza di Caterina Visconti a nome dei figli Giovanni Maria e Filippo Maria.

I nobili locali, e, primi tra questi, i Beccaria approfittarono della situazione per arricchire ed ingrandire il proprio potere, ostentando velleità di indipendenza da Milano. Tale atteggiamento fu la causa principale della scomparsa dell'influenza politica della Famiglia, stroncata in questa sua irrealistica aspirazione dalla mano pesante di Filippo Maria Visconti che, dopo la scoperta di una congiura farà pagare ai Beccaria, a Castellino Signore di Voghera principalmente, la sua partecipazione ad essa.

Da allora, domati e inglobati nell'apparato delle cariche e degli onori della Corte milanese, i Beccaria scompaiono politicamente e si trasformano in pacifici signorotti di campagna.

 

Il Castello di S. Gaudenzio

Parlare di S. Gaudenzio, oggi significa riferirsi principalmente al bel Castello che campeggia nella sua mole maestosa ed armonica in mezzo al verde dei campi.

E' probabile che già nel 1300 un castello presidiasse la zona, battuta dalle opposte fazioni contendentisi il transito sul Po. Non era certamente l'attuale, che nelle sue linee e nella disposizione degli spazi risente assai più della pacifica destinazione di dimora feudale quattrocentesca senza più alcuno scopo politico militare.

Appunto al secolo XV, quando ormai i Beccaria, come s'e vista, sono annientati politicamente ed i loro esponenti si riducono a gentiluomini di campagna, risale la fisionomia attuale del castello, abitato sempre con continuità, e proprio per questo curato e giunto sino a noi in buon stato di conservazione

 

IX. Il secolo XVI

Si è già accennato ai convulsi e funesti avvenimenti della fine del secolo XV: i francesi di Luigi XII si insediano nel Ducato di Milano e la governano da padroni fino al 1521. Durante l'occupazione francese, dura ed esosa, le nostre terre d'Oltrepo, pedemontano, si spopolano: miseria, carestia, pestilenza imperversano per anni. Voghera subì una feroce rappresaglia degli occupanti, con alcune centinai di vittime. Paura e miseria dovevano regnare anche a Cervesina, che, oltretutto, subiva il contraccolpo della guerra tra Francesi e Imperiali che aveva come uno dei caposaldi principali propria il Po. Con il 1521 la Lombardia, ossia il Ducato di Milano torna agli Sforza, che pero, nella persona di Francesco, malaticcio e tentennante, si estinguono come casata, nel 1538, mettendo cosi il Ducato nelle mani di Carlo V, che ne farà una delle regioni strategicamente ed economicamente più importanti del regna di Spagna. Il governo spagnolo durerà per noi fino agli inizi del secolo XVIII allorquando per un quarantennio circa sarà sostituito da quello dell'Austria. Molto è stato scritto a proposito ed a sproposito sul governo spagnolo e, tutti hanno presenti le immortali pagine de' I Promessi Sposi. Pagine immortali sotto il profilo dell'arte ma basate su di una documentazione storica insufficiente e legata al pregiudizio risorgimentale dominante nel sec. XIX. Tempi comunque duri, tolta la parentesi, per fortuna abbastanza lunga, durata grosso modo, dal 1540 al 1620, durante la quale, le nostre terre rifioriscono e la vita economica, sociale ed anche religiosa acquistano un ritmo nuovo, più intenso ed incisivo, destinato cioè a lasciare una traccia profonda e durevole si può dire fino ai nostri giorni.

Grazie al provvido decreto del Concilio di Trento che imponeva ai parroci l'obbligo della regolare tenuta dei registri parrocchiali, ossia dei battezzati, dei defunti e dei matrimoni, la vita delle comunità parrocchiali comincia ad offrirsi allo storico nel fluire delle generazioni: finalmente compaiono nomi e cognomi, legami di parentela, professioni e talvolta ad opera di Parroci zelanti, anche annotazioni di carattere storico generale che consentono così di seguire la vita delle famiglie e quindi del paese, passo passo, fino ai nostri giorni. Quale importanza abbiano questi consunti e talvolta malconci registri è superfluo dire: le fortunose vicende del tempo hanno permesso in moltissimi casi che essi giungessero fino a noi, permettendoci cosi di avvicinarci con trepidazione alle generazioni passate, che hanno vissuto e fatto vivere le nostre comunità attraverso i secoli. Così è anche per Cervesina e S. Gaudenzio, i cui archivi parrocchiali conservano i registri in questione fin dai tempi immediatamente post-tridentini.

 

X. Il secolo XVII 

Le vicende generali

Il Seicento è stato sempre dipinto a tinte fosche e infatti il pensiero corre subito alle immortali pagine del Manzoni sulla carestia, la peste, la guerra di Casale, i soprusi dei feudatari.

In effetti gravi furono le difficoltà ad ogni livello, immensa la miseria, specie nella classe rurale sopraffatta dalle tasse e dai cattivi raccolti, angariata dalle truppe di passaggio.

Altissima la mortalità infantile e non solamente quella; scarsissime le provvidenze pubbliche, specie di campagna, dove anche l'opera caritativa della Chiesa arrivava a stento; insomma le tinte fosche non mancavano di certo. E tuttavia oggi la storiografia si è fatta più attenta ai documenti di vita locale e da questi emergono aspetti positivi finora ignorati o sottovalutati che hanno contribuito a modificare il giudizio e la condanna che del Seicento si dava comunemente.

A livello di comunità locale la vita pulsa intensa; gli scossoni e le batoste che gli eventi politici ed economici infliggono vengono assorbiti e superati e le avversità non piegano la nostra gente, che, anzi, nel corso di questo secolo, specie nella seconda metà, pone le promesse per un'espansione economica e demografica i cui frutti si faranno vedere solo nel secolo seguente.

 

L'eredità che il Cinquecento lascia a Cervesina è quello della Chiesa parrocchiale incompiuta. Questa eredità, pesante in verità, come abbiamo vista, viene accettata, non solo, ma adempiuta nel primo decennio del 1600. La situazione a S. Gaudenzio era meno rosea: la chiesa aveva bisogno urgente di essere soffittata e doveva essere demolito l'altare della Madonna perché pericolante. Tuttavia anche qui la situazione sta migliorando: ormai c'e un Parroco residente che non è più un monaco ma fa parte del clero diocesano ed è nominato dai Patroni Conti Taverna. Questa famiglia infatti aveva "acquistato" il patronato sulla chiesa di S. Gaudenzio, dai monaci di S. Ambrogio con l'obbligo di fornire al Parroco i redditi necessari per vivere.

La situazione economica del beneficio parrocchiale di S. Gaudenzio è descritta con precisione in un promemoria che ho rinvenuto nell'Archivio della Curia Vescovile di Tortona. Esso dice: "Entrada che viene il (sic) Parroco per beneficio della Chiesa consiste prima in pertiche cinquanta di terra, venticinque affilagnate et venticinque cultive et questa sono quelle che furono lasciate dalli Padri di S. Ambrogio quando vendero il inspatronato alii Ill. Sign. Taverna, in più ha centoquatordeci pertiche di terra detti dalli Sudetti Sign. Taverna in cambia delle trecento trenta quali sano tenuti pagare con pari obbligatione fatta quando comprarono il inspatronato dalli Padri di S. Ambrogio".

Come si vede, una dote abbastanza consistente, anche se le rese agrarie d'allora erano assai basse. Non faccia meraviglia trovare 25 pertiche a vigneto (affilagnate) a S. Gaudenzio; fino al secolo scorso la vite arrivava, e non in misura trascurabile fino sulla sponda del Po. I conti Taverna, dunque, in virtù del diritto di patronato sopra ricordato nominavano il Parroco, ossia presentavano al Vescovo di Tortona la persona da essi prescelta.

Essi usufruivano di sepolcri particolari e distinti da quelli degli altri parrocchiani, collocati all'interno della chiesa.

 

Demografia del '600

Come già ricordato, fino al 1658 mancano i libri parrocchiali di S. Gaudenzio e pertanto ci si continua a servire di quelli di Cervesina. Si nota innanzitutto, come a partire dal primo decennio del seicento, fino al 1620 circa, si ha un notevole incremento delle nascite, che oscillano sulle 15/20 per anno. Subentra poi un leggero regresso fino agli anni attorno al 1630 e poi un brusco crollo immediatamente seguente gli anni della peste.

Già però nel 1646 i nati erano 25 e si torna anche negli anni seguenti attorno alla cifra di circa 20/22 nati per anno. Nell'ultimo ventennio del secolo si supera la cifra di 30 nati in media per anno. Se si considerano i defunti per anno si nota come essi non superino quasi mai la cifra dei nati: sia pure di poca entità. Il saldo positivo dei nati sui morti è un dato costante e difatti la popolazione aumenta: ne vedremo alcuni esaminando i verbali delle visite pastorali dei vescovi di Tortona nel corso del secolo.

A partire dal 1658, o meglio, dal 1659 abbiamo la serie dei battezzati, dei defunti e dei matrimoni della Parrocchia di S. Gaudenzio ed anche qui notiamo come i nati siano, anno per anno, in costante aumento, da circa 10/12 per anno a 16/17 nel 1670, a 20 circa per anno nel decennio del 1680, per rallentare poi a 14/15 per anno nell'ultimo decennio del secolo.

Anche per S. Gaudenzio, se si eccettuano alcuni anni, si constata come per Cervesina che, sia pure di poco, i nati eccedono la cifra annuale dei defunti: le due comunità crescono e affrontano il futuro con quel dinamismo ed ottimismo che tale fenomeno sottintende.

 

XI. Il secolo XVIII

Il secolo XVIII è il secolo di grandi avvenimenti politici, che, quantunque si siano svolti lantana da noi, hanno finito coll'avere conseguenze anche sulla vita quotidiana della nostra gente, sulle loro condizioni economiche e sociali. Inizia in questo secolo quel graduale processo di razionalizzazione e di miglioramento dell'agricoltura, che porta ad una trasformazione, talora in meglio, talora in peggio, dei nostri contadini e braccianti. Finisce nel 1702 la dominazione spagnola, durata due secoli circa, proprio nel momento in cui un periodo di pace relativamente lungo aveva fatto migliorare le condizioni economiche ed amministrative. Subentra l'Austria, che rispetta le autonomie locali e rende più efficente la pubblica amministrazione. Ma l'Oltrepo Pavese è ambito dal Re di Sardegna, Vittorio Amedeo II, che grazie al suo tempestivo ed accorto inserimento nella politica europea, riesce a strapparlo all'Austria nel 1748. Cosi, Cervesina come tutti gli altri centri oltrepadani, compreso Bobbio e l'Appennino, diventa terra sabauda, e nel 1772 Carlo Emanuele III sanziona la nascita della nuova provincia di Voghera, comprendente, 74 Comuni, da Arena Po a Pontecurone e a Godiasco, tra cui Cervesina. Il passaggio al Piemonte non fu tuttavia indolore: il Po segna il nuovo confine e divide dall'antico capoluogo Pavia, alla quale finora avevano fatto capo gli interessi economici delI'Oltrepo. Gran parte delle terre oltrepadane erano in mano a famiglie pavesi o milanesi, come, per Cervesina, i Taverna feudatari di Landriano, i quali si trovano nella nuova situazione di possessori di beni e di redditi in uno stato straniero. Le tariffe doganali comportano costi accessori al trasporto delle merci verso Pavia, e tutto questo ostacola la vita economica ed incide negativamente sulla vita dei nostri contadini.

 

XII. Cervesina e il Po

Anche a costo di interrompere il filo della narrazione degli avvenimenti conservati a memoria storica nel corso dei secoli si ritiene opportuno a questo punto inserire uno dei personaggi principali della storia di Cervesina, quello che è sempre stato presente, spettatore o protagonista nel corso dei secoli alla vita della nostra gente: il fiume Po.

Già dal lontano Medioevo i cronisti pavesi ci hanno tramandato memoria delle sue piene che, di volta in volta cambiavano fisionomia a vasti territori sulle sue sponde, ingoiando interi paesi, facendone passare altri da una sponda all'altra. Il Po scorreva nei tempi passati, fino alle soglie del presente secolo, in un alveo malta alto, senza sufficienti e differenziati argini, per cui ad ogni piena cambiava capricciosamente letto, corrodendo senza remissione ora una sponda, ora l'altra, lasciando isole o "mezzani" diminuendo ed accrescendo i territori delle comunità circostanti. Le quali tuttavia, con tenacia contadina, con caparbietà dopo ogni piena riparavano i danni, ricostruivano le case in base alle nuove situazioni logistiche e continuavano la loro vita. E tutto questo, si badi bene, con le loro sole forze, senza attendere provvidenze governative, come noi oggi giustamente esigiamo, eccetto forse qualche supplica per l'alleggerimento delle tasse, che, il più delle volte lasciava le cose come prima. Soltanto in tempi più vicini a noi dal secolo XVIII in poi abbiamo l'interessamento un poco più viva ed organizzato della Stato nei confronti delle comunità schierate lungo le rive del maggior fiume italiano. Soprattutto fu il Piemonte Sabaudo, nel clima di riforme illuministiche caratterizzante i governi del secolo XVIII a darsi uno statuto sulle acque, assai razionale e dettagliato che sanciva, in via di principia la sovranità del Re sulle acque dei fiumi e quindi la necessita che ogni provvedimento ed attività in merito delle comunità locali e dei privati avesse il suo controllo e la sua approvazione. Ma e meglio passar oltre queste notizie di carattere amministrativo per tentare un po' di storia degli andirivieni del fiume nella nostra zona.

Nel tratto di Po compreso tra S. Nazzaro dei Bur-gundi e Bastida Pancarana, perché più di diretto interesse per noi. In questo tratto andavano a confluire nel Po la Staffora, proprio tra Cervesina e Corana e sulla sponda sinistra il Terdoppio.

Fino al 1825 il Po, pur coi suoi andirivieni durante le piene, mantenne un andamento abbastanza stabile, formando un ampia ansa avente per base una linea retta tra Corana e Pancarana, dove, quasi al mezzo scorreva la Staffora. I documenti dell'Archivio Comunale di Cervesina parlano tuttavia, per il secolo XVI di "Bocca Vecchia della Staffora", che doveva essere più a ovest verso Bastida dei Dossi, e che risultava a quell'epoca già abbandonata. Cervesina comunque era sulla sponda sinistra della Staffora, mentre sulla sponda destra si trovavano la Rampina, Cascinotto Mensa e Mezzana Rabattone.

Oggi questa località si trova sulla sponda sinistra del Po, in territorio lomellino, ma tale sua collocazione risale solo al 1825, e di ciò dovremo riparlare. L'ansa del Po, vicino a Pancarana piegava bruscamente verso nord-est, dove si congiungeva con un altro ramo del Po, che, da Zinasco si dirigeva con andamento rettilineo verso Bastida Pancarana. Tra questi due rami, in un'ampia isola che si collocava tra Cervesina e Pancarana, si trovava l'abitato della Cusana i cui confini toccavano i territori di Bastida, di Pancarana, di Zinasco, Mezzana Rabattone e Sommo. La Cusana dipendeva ecclesiasticamente da Bastida Pancarana, pur essendo più vicina a Zinasco. Questa era la situazione topografica del Po, grosso modo del secolo XVI in poi. Le scorrerie del fiume ora corrodevano la sponda di Zinasco e Sommo, ora quella di Mezzana Rabattone, della Rampina e di Pancarana.

Cervesina era protetta dal fatto che trovavasi alla base della prima delle due anse descritte re-lativamente lontane dal letto del fiume. In questa situazione il paese rimane fino al 1825 quando la rettifica del Po denominata "Taglio Mandelli" porto il fiume pericolosamente vicino a Cervesina data che il nuovo alveo passo sull'abitato della Rampina, che scomparve cosi definitivamente, e porto Mezzana Rabattone e Cascinotto Mensa sulla sponda sinistra. Questi due centri conservarono l'antica dipendenza ecclesiastica da Tortona pur essendo fisicamente in Lomellina Diocesi di Vigevano. Fare un elenco anche parziale delle piene del Po e cosa superflua: non passava, si può dire, anno senza che il fiume, o di primavera o più frequentemente d'autunno, non uscisse dall'alveo solito per divagare tra le colture e i cascinali: bastava un autunno piovoso perché la minaccia della piena incombesse sugli abitanti delle due sponde

 

I porti sul Po

Il discorso sul Po non sarebbe completo senza un accenno ai "porti" che fino in epoca abbastanza recente esistevano nelle vicinanze di Cervesina. Per "porto", secondo la denominazione in vigore fin dall'età romana si intendeva un traghetto sul fiume che consentiva il passaggio di uomini, animali e cariaggi da una sponda all'altra. Due erano i "porti" nei pressi di Cervesina, uno, il più importante si trovava a valle, tra Pancarana e Bastida e, dirimpetto Sommo, e l'altro a monte, nei pressi di Bastida di Dossi. Del primo si hanno notizie frammentarie fino al sec. XV che poi assumono un certo rilievo mostrandoci tutta l'importanza di questo valico del Po, uno dei quattro che collegavano l'Oltrepo Pavese con la restante parte del Ducato di Milano. Il porto di Sommo era, con quello della Stella o "de Lapole", nei pressi di Broni, di maggiore importanza rispetto agli altri. Esso era stato donato dal Duca di Milano Filippo Maria Visconti a Giovanni Beccaria nel 1412, e ai Beccaria appartenne da allora, nonostante le travagliate vicende di questa famiglia che, proprio durante il governo di Filippo Maria ebbe molti beni confiscati. L'Archivio Comunale di Cervesina ha tramandato in copia parecchi documenti riguardanti il porto di Sommo, tra cui per primo, l'atto di donazione di Filippo Maria Visconti, dal quale si apprende che oltre al porto vero e proprio, esistevano e vennero donate ai Beccaria due osterie paste sulle rive del fiume.

Questa donazione doveva aver turbato interessi preesistenti tanto che fu una lunga lite tra i Beccaria e gli uomini di Castelletto di Branduzzo e Regalia che contestavano il possesso del porto ai nobili pavesi.

La controversia fu risolta a favore dei Beccaria nel 1473, e nel contesto della sentenza si definirono i confini del porto. Oggi la geografia delle sponde del Po, in zona non consente più di identificare i confini definiti nell'atto notarile, ed anzi, gli stessi centri di Cantalupo e Regalia, che si trovavano tra Bastida Pancarana e Rea, andarono distrutti e sommersi dalle piene del fiume.

Il secondo porto, a monte di Cervesina era quello che, nelle carte dell'Archivio Comunale e chiamato porto di "Zavaglione" e "dei Taverna", dal nome dei Feudatari di S. Gaudenzio. Risulta, da un documento del 1564 che il porto era presso la bocca vecchia della Staffora e congiungeva le sponde del Po tra il torrente vogherese e la bocca vecchia dell'Agogna. (Come già abbiamo rilevato,) Essa quindi era assai più vicino all'abitato di Cervesina (almeno fino al 1827) di quanto non lo fosse quello di Sommo, e pertanto assai più controllato dai Feudatari e dai loro agenti. Difatti un tentativo dei conti Taverna di spostare il traghetto più vicino ancora a Cervesina suscitò le rimostranze dei Beccaria, che come s'è vista erano i proprietari dei porti di Sommo.

I primi vennero condannati a riportare alla primitiva ubicazione il traghetto, ossia presso il dosso di Zavaglione dov'era sempre stato.

I Taverna possedevano pure il porto di "Corana" situato quindi più a monte e cedettero entrambi i parti al Comune di Cervesina nel 1861. Uno solo di essi, quello che corrispondeva pressa poco all'antico dello Zavaglione venne conservato e tenuto in efficienza anche dopo le mutate condizioni delle sponde del Po, e praticamente duro fino al termine della seconda guerra mondiale. Don Ugo Lugano, autore del volumetto "Mezzana Rabattone e la sua storia" riporta una gustosa descrizione dialettale del funzionamento del porto, nei ricordi di un anziano del suo paese. La "bocca vecchia della Staffora" si trovava a circa 1200 m. a monte di quella attuale. I terreni fino al 1855 erano proprietà della Mensa Arcivescovile di Milano e facevano parte della tenuta denominata "Il Bombardone".

(omissis)

 

XIV. Cervesina e il Risorgimento

E' doveroso parlare delle vicende cui parteciparono in prima persona le popolazioni dell'Oltrepo Pavese durante la guerra del 1859, quella guerra che sanzionò il primo accrescimento territoriale del Piemonte e costituì la premessa per l'unità d'Italia, avvenuta nel 1861. Mentre le vicende della sfortunata campagna militare del 1848 non sembra abbiano sfiorato la nostra comunità rurale; nemmeno a livello di documenti ufficiali del Comune, la guerra del 1859 fu vissuta in prima persona sia da chi fu mandato alle armi che dalla popolazione civile. Siamo dettagliatamente informati circa gli avvenimenti svoltisi sul territorio oltrepadano da un opuscolo dello scrittore vogherese Pietro Giuria, redatto a caldo, subito dopo gli avvenimenti sull'onda dell'entusiasmo suscitato dalle vittorie e del felice esito della guerra.

Si sa dai testi di storia che il primo scontro, sanguinoso ma efficacemente vittorioso tra gli alleati Francesi e Piemontesi e gli Austriaci si combatte a Montebello della Battaglia; poco distante da noi.

Il clima particolarmente piovoso dell'aprile e del maggio aumentò i disagi, oltre alle solite preoccupazioni per il comportamento del Po. Alla fine di aprile venne bruciato il ponte di bar-che di Mezzana Corti, il più importante mezzo di comunicazione tra Piemonte e Lombardo -Veneto. Gli austriaci si mossero da due direzioni, da Piacenza a Pavia per impedire il ricongiungimento delle truppe francesi con quelle piemontesi.

La colonna pavese invase la Lomellina e come dice il Giuria "spinsero i loro avamposti nell'estrema sponda del Po, a rincontro di Cervesina. Venne costruito un ponte di barche alla Gerola ma attorno a Cevesina gli Austriaci non comparvero fino al 3 maggio, allorché furono informati del fatto che il nostro paese era stato evacuato dalle truppe di cavalleria che vi stanzionavano. Iniziò cosi una serie di andirivieni di reparti austriaci che requisivano, entravano nelle case comportandosi come truppe di occupazione purtroppo abitualmente nei giorni dal 17 al 22 maggio. Particolarmente presa di mira fu l'abitazione del vice- Sindaco, il sacerdote Don Clemente Beccaria.

Dal 22 al 29 maggio Cervesina fu occupata dalle truppe francesi, ossia durante i giorni decisivi in cui ebbe luogo la battaglia a Montebello che risolse a favore degli alleati franco-piemontesi la prima fase del conflitto, ricacciando gli austriaci nel Lombardo Veneto. Sembrava dunque finita, ma invece il 2 giugno durante la ritirata degli austriaci avvenne un ultimo increscioso episodio, ossia il saccheggio della tabaccheria allora gestita da Luigia Beccaria e la presa in ostaggio per alcune ore di Don Clemente Beccaria. Il drappello di soldati era guidato da un sottotenente: il conte Taverna la cui famiglia era stata per secoli feudataria di Cervesina.

La nobiltà milanese era nella stragrande maggioranza fedele all'Impero Asburgico e questo spiega la militanza nelle file austriache del conte Taverna; meno giustificabile e il suo comportamento a Cervesina, dettato forse da antichi risentimenti ma certamente indegno della divisa e del grado. Dopo questo episodio Cervesina non fu più coinvolta nella guerra, ed anzi il Comune già il 13 giugno seguente invia all'Intendente Provinciale di Voghera il prospetto dei danni causati dagli Austriaci. La guerra e l'occupazione furono per fortuna solo una breve parentesi nella vita del paese; si era iniziato finalmente nel 1858 il tanto necessario rettifilo del Po tra Corana e Cervesina, dopo il tanto tergiversare e le tante calamità subite a causa delle lentezze burocratiche.

Il 12 luglio avveniva il collaudo dell'opera e il Po veniva inalveato nel nuovo corso, dando all'abitato finalmente più sicurezza e tranquillità.

Nell'autunno del 1859 anche a Cervesina viene istituita la scuola elementare femminile allineando così il Comune e la popolazione con gli altri dell'Oltrepo' che l'avevano istituita.

Intanto lontano da Cervesina gli avvenimenti militari e politici compivano la loro evoluzione: la vittoriosa guerra del 1859 dava al Piemonte la sovranità anche sulla Lombardia; i plebisciti dell'anno dopo uniranno ad essa anche la maggior parte dell'Italia centrale, la spedizione di Garibaldi in Sicilia unirà il Regno dei Borboni: nel 1861 viene proclamata dal parlamento di Torino l'unita d'Italia.

Tutti questi avvenimenti hanno echi assai limitati qui da noi: di ben maggior importanza risulterà essere il nuovo assetto amministrativo susseguente all'unità d'Italia: l'Oltrepo Pavese torna pavese a tutti gli effetti e ritrova dopo più di un secolo il suo antico Capoluogo. La provincia di Voghera viene soppressa e ridotta al rango di Sottoprefettura e circondario.

Cervesina diventa quindi un Comune della neo-ricostituita Provincia di Pavia e d'ora in poi svolgerà con questa città i suoi rapporti amministrativi oltre che conservare quelli, più stretti con Voghera.

Gli ultimi decenni dell'Ottocento, dopo la costruzione del nuovo alveo del Po, scorrono senza particolari avvenimenti: la guerra del 1866 viene sentita di riflesso anche a Cervesina con il richiamo alle armi di alcune classi di militari, e il Comune, come aveva già fatto nel 1859 stanzia un sussidio per le famiglie dei richiamati, trattandosi nella quasi totalità di capi di famiglia stessa. In questo periodo vengono costruite due nuove strade: una da Cervesina al Po, l'altra da Cervesina a Corana.

Nel 1867 il Cholera morbus fa la sua tragica comparsa anche a Cervesina: si contano 17 colpiti, di cui ben 8 non sopravvivono alla violenza del male. Certo, le condizioni igieniche ed ambientali nei paesi rivieraschi del Po, non dovevano essere delle migliori: apprendiamo da una delibera del 29/08/1861 che il Comune fa istanza al Ministero dell'agricoltura che vengano prontamente tolte le risaie della famiglia Dal Verne. Evidentemente esse costituivano una fonte di miasmi e un pericolo per la salute pubblica se il Comune si preoccupa della loro nocività.

Sempre a proposito di igiene e salute della popolazione si rileva che nel 1866 viene istituita la vaccinazione obbligatoria per i fanciulli: un altro passo avanti nella lotta contro la mortalità infantile. Ma se da un lato si facevano progressi nella tutela della salute dei cittadini, dall'altro il governo varava un provvedimento impopolare ed iniquo, gravante in modo intollerabile sulla povera gente; si trattava della tassa sul "macinato" che colpiva la principale fonte di sussistenza dei poveri: il pane.

Anche a Cervesina il Comune delibera di istituire il calmiere sul prezzo del pane segno che questo prezzo e alla merce di tutte le tensioni politiche ed economiche del momento.

Ma la vita continua nonostante le avversità ed i provvedimenti governativi e la nostra comunità si avvia verso il nuovo secolo sulla strada della laboriosità, della parsimonia e della costanza.

Completato come abbiamo visto l'edificio della Chiesa Parrocchiale, la popolazione delle due comunità di Cervesina e S. Gaudenzio vivono la pratica religiosa come tutte le comunità del tempo: pratica esteriore assai numerosa, ma rilassamento morale, come già metteva in risalto una dettagliatissima visita pastorale compiuta nel 1840.

Sul finire del secolo, sia pure marginalmente rispetto ad altre comunità, anche a Cervesina compare la ideologia socialista, allora fortemente anticlericale. Non si hanno tuttavia episodi di contrapposizione degni di nota. Il parroco Don Andrea Formentano durante il suo lungo governo gode della stima e dell'apprezzamento universale, poiché unitamente alla sorella Teresa prestano entrambi la loro opera nell'insegnamento elementare. Allorché nel 1888 entrambi rassegnano le dimissioni da maestri, il Comune delibera di assegnare loro una gratifica annuale di riconoscenza di L. 100.

A Don Formentano succede Don Giuseppe Goggi, che regge la Parrocchia fino al 1912. La sua morte suscita in tutti rimpianto ed il Comune pur nel clima laico dell'epoca, tiene una seduta di commemorazione per lui. Ma con questa figura di Parroco siamo già entrati nel nostro secolo.

 

XV. Il secolo XX

Il secolo si apre tragicamente con l'assassinio del Re d'I-talia Umberto I°. Anche Cervesina partecipa al lutto e dedica al Re scomparso una delle vie del paese. E' l'attuale via Umberto I° che prima si chiamava Via Gaudo. Scomparve cosi una denominazione antichissima risalente ai secoli XIII e XIV allorché la zona attorno a Voghera verso il Po e quindi probabilmente anche Cervesina era sede della coltivazione di un fiore, dall'intensa colorazione turchina che, disseccato e polverizzato serviva come mordente per fissare il colore sulle stoffe.

Il Vogherese era famoso nel Ducato di Milano per la produzione di questa tintura che scomparve nel secolo XVI per l'introduzione in sua vece dell'indaco americano. Il nuovo secolo vede la popolazione di Cervesina e S. Gaudenzio salire al suo massimo storico. Prova ne sia che nel 1911 viene istituita la IV classe elementare nel capoluogo, segno dell'elevato numero di ragazzi ed anche del miglioramento dell'istruzione elementare.

Nel 1913 alla morte di Don Goggi viene nominato parroco Don Alessandro De Tommasi, destinato a lasciare un'impronta profonda nella vita del paese.

Sacerdote giovane, dinamico, di vasti interessi, zelante ed aggiornato egli fonda fin dal 1913 un bollettino parrocchiale, fonte preziosissima di notizie ed indice eloquente degli orientamenti del Parroco nella conduzione della sua missione pastorale.

La sua sollecitudine per l'istruzione religiosa, la sua attenzione ai problemi della gente, la sua parola illuminante sugli avvenimenti del momento, la sua garbata vena polemica nei confronti dell'anticlericalismo socialista sono rispecchiate nei numeri mensili del bollettino dal titolo programmatico "per il Bene".

Era la minaccia della guerra mondiale, era il fermento sociale portato dalle divisioni politiche che ormai si facevano profonde.

E quando nel 1915 anche l'Italia entra in guerra, Cervesina manda i suoi giovani al fronte e vive nell'angoscia per i suoi figli i tre lunghi inverni di guerra.

Il bollettino parrocchiale del 30 giugno 1915, accanto alla esortazione alle madri e alle spose ad essere generose nel dare i figli alla Patria contiene tuttavia uno stralcio con commento, della lettera di Benedetto XV al Sacro Collegio dei Cardinali in cui il Papa chiama la guerra "orrenda carneficina" e deplora di non essere stato ascoltato denunciando altresì le violazioni del diritto internazionale compiute dai belligeranti.

E Don De Tommasi commenta "E si avrà ancora il coraggio di dire che fu il Papa a volere la guerra, Lui che tanto ha lavorato presso i governi per vedere cessata l'orrenda carneficina".

Questo era fondamentalmente l'atteggiamento dei Parroci Italiani, che, pur esortando i loro parrocchiani a fare il loro dovere di cittadini, vedevano la guerra come una sciagura da alleviarsi in tutti i modi possibili e da far cessare al più presto.

I parroci di campagna erano poi generalmente gli unici tramiti tra i soldati e le famiglie, come appunto fu il caso di Don De Tommasi espressamente nominato a tale ufficio dall'Autorità. Egli istituisce sul Bollettino la rubrica "Saluti dal fronte" dove pubblica mensilmente stralci delle lettere dei soldati, ai quali viene mandato il Bollettino con regolarità.

Nel numero del I° gennaio 1916 si da la triste notizia del primo caduto: si tratta del Caporale Beccaria Pietro, deceduto il 28 novembre 1815. Segue poi, nei numeri successivi lo stillicidio degli altri caduti: seguono le esortazioni del Parroco ai giovani a compiere il loro dovere, permane l'atteggiamento di fonda favorevole all'opera della diplomazia Vaticana, permane la polemica con l'atteggiamento anticlericale della stampa nazionale, in particolare con il Giornale "II Popolo d'Italia" diretto da Benito Mussolini che staccatosi nel 1914 dal Partito Socialista stava raccogliendo tra la borghesia industriale del nord molti consensi per il suo acceso interventismo.

Tra i numeri del Bollettino, quello del 30 novembre 1917, uscito alla stampa dopo la disfatta di Caporetto, quando la gente della pianura padana trepidava per la possibile invasione austriaca. Le parole del Parroco invitano alla preghiera, alla resistenza e alla concordia nazionale.

Un particolare degno di nota è che nel Bollettino del 31 gennaio 1918, in un articolo dal titolo "II tempo rende giustizia al Papa" a proposito di trattative preliminari di pace in corso nelle capitali europee, le forbici della censura colpirono una frase relativa a Caporetto Don De Tommasi, abituato a parlar chiaro aveva forse usato qualche aggettivo incauto.

E' ben nota che dal 1917 in poi un po' dovunque vi furono Parroci processati per "disfattismo". Alcuni di questi processi furono celebrati anche non lontano da noi, a Voghera e a Bobbio.

La censura militare colpiva senza pietà e con particolare accanimento gli scritti e la predicazione dei sacerdoti, in genere ben lontani dall'acceso e chiassoso interventismo mussoliniano.

E finalmente arriva la vittoria e la pace: il Parroco invita la popolazione ad abbellire e restaurare una cappella della chiesa parrocchiale, quella di S. Antonio, in segno di riconoscenza per la vittoria ottenuta.

 

Cervesina nel dopoguerra

Gradatamente la vita di sempre riprende: una piccola comunità rurale non avverte che in misura minima il clima storico diverso, carico di tensioni e di lotte politiche che caratterizza gli anni dal 1919 al 1923.

Il Bollettino continua per la consueta sua via esortando al bene, all'istruzione religiosa, commentando dal punto di vista cristiano gli avvenimenti. Ricordiamo un avvenimento piccolo ma significativo: la predicazione di Don Orione a Cervesina, chiamatovi nel giorno di S. Antonio del 1919.

E ricordiamo infine l'ultimo numero presente nella raccolta, quello del 30 Aprile, significativamente rivolto a spiegare alla popolazione la dottrina sociale della Chiesa circa il lavoro e la questione operaia rivendicando ai cattolici il diritto alla celebrazione del I° Maggio come festa del lavoro.

Cervesina non aveva in quegli anni fabbriche o industrie; la presenza di una discreta forza socialista tuttavia faceva si che la celebrazione della festa del lavoro assumesse connotati di partito e costituisse, qui come altrove una specie di contrapposizione con chi aveva altri orientamenti ideologici. L'Italia del dopoguerra viveva ormai giorni convulsi nell'instabilità politica e sociale.

Si andava delineando la forza e, diciamo pure la prepotenza di un movimento che dichiarando di porsi come argine alle intemperanze e alle motivazioni ideologiche socialiste andava raccogliendo, specie tra la borghesia agraria e industriale sempre più vasti consensi; il Partito Fascista, fondato da Benito Mussolini.

I più anziani ricordano il clima politico di allora perché questi anni sano già nella memoria dei vivi.

Si ricorda la delibera Comunale del 14 Ottobre 1923 che sancisce l'adesione di Cervesina alla Federazione dei Comuni Fascisti, ossia l'accettazione del nuovo stato di cose e, praticamente, come si delineerà amministrativamente tra poco tempo, l'autoscioglimento del governo della Comunità.

Si ricorda inoltre un fatto di vita quotidiana, segno del progresso tecnico che ormai irrompe anche nei piccoli centri rurali e cioè l'istituzione nel maggio del 1923 di un servizio automobilistico di linea tra Cervesina e il suo naturale capoluogo Voghera.

Nel periodo tra le due guerre i piccoli centri in tal modo si collegano con le città vicine, dando modo alla gente di uscire dal loro isolamento.

Il moltiplicarsi dei mezzi di trasporto pubblici, l'estendersi dell'illuminazione e della forza motrice elettrica, l'avvento della radio sono tre fattori che con la loro diffusione capillare cambiano profondamente la vita della gente senza distinzione di classi sociali.

E si arriva cosi alla seconda guerra mondiale, nella quale l'Italia non solo fu coinvolta ma si trovò invasa dagli eserciti contrapposti, con le tragiche conseguenze della caduta del Fascismo e della divisione tra gli Italiani.

Si andò delineando nel nord Italia occupato dai tedeschi un sempre più vasto movimento di resistenza, appoggiato dalle popolazioni e favorito ed aiutato militarmente dagli anglo- americani, che in armi stavano risalendo la penisola.

Anche a Cervesina un gruppo di giovani ardimentosi costituirono una Brigata denominata Brigata Po, guidata da Gino Moretti (Ras, come nome di battaglia) aggregatosi poi alle forze già organizzate delle Brigate Garibaldi operanti nelle montagne del Varzese e del Tortonese.

Molte furono le operazioni condotte nell'area di Cervesina, tra cui si ricorda il danneggiamento del traghetto, controllato militarmente, come tutto il Po, dai Tedeschi.

Il contributo della Resistenza Italiana, soprattutto dall'autunno del 1944 alla primavera del 1945 fu determinante nella liberazione dell'Italia settentrionale dalle forze germaniche e per porre fine alle ostilità. L'Italia usciva stremata dalla guerra, ma riuscì gradatamente a ritrovare la forza per la ricostruzione.

Il cambiamento istituzionale del 1946, con la abolizione della Monarchia e l'istituzione della Repubblica contribuì a voltar pagina e a metterci sulla strada della stabilita politica e sociale.

 

Personaggi illustri di Cervesina

Il più illustre figlio di Cervesina è senza dubbio l'Ingegner Severino Grattoni, nato nel 1815 nella frazione di S. Gaudenzio dove il padre era amministratore della famiglia Radice Fossati, proprietari del castello oltreché di cospicui beni terrieri. Compiuti gli studi a Voghera presso il Collegio Convitto Nazionale passò nel 1832 all'Università di Torino dove si laureò in scienze matematiche, avendo fra i suoi maestri due illustri vogheresi, ossia Giorgio Bidone e Giovanni Amedeo Plana. Quale compagno di studi ebbe inoltre un altro famoso vogherese: la storico Ercole Ricotti. Avendo questi rifiutata la cattedra di Geometria applicata alle arti presso l'Istituto Tecnico di Biella propose il Grattoni, quale più idoneo a tale prestigioso incarico. Egli difatti ottenne la nomina. A Biella Severino Grattoni approfondì i suoi studi di meccanica applicata, ideando tra l'altro una perforatrice che permise di superare i notevoli ostacoli relativi al traforo del Moncenisio.

Fu pure progettista di linee ferroviarie ed ebbe incarichi politici di rilievo. Morì a Torino nel 1876 e la sua salma dopo varie traversie fu traslata nel 1924 nel Cimitero Maggiore di Voghera.

Zucchella Beniamino. Nato a Cervesina nel 1916 fu attivamente partecipe all'attività politica antifascista e, al termine della seconda guerra mondiale diventò segretario per la provincia di Pavia del ricostituito Partito Comunista Italiano.

 

 

Tratto dal volume Cervesina e S.Gaudenzio (Storia e storie di una comunità viva), di Pier Bartolomeo Pedrazzi, [1993].